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Bon ton e posate : pillole di storia Il problema è che questo “come” varia nelle epoche e nei luoghi. Le dita sono state per millenni le “posate reali” come ancora sosteneva Luigi XIV: ma questo non significa che non vi fossero tecniche e limitazioni: Ovidio prescrive le tre dita (pollice, indice e medio) della mano destra, con un movimento veloce e senza andare verso il piatto con la faccia. Lo sguardo dovrà essere disinvoltamente rivolto altrove e non dovrebbe cadere nulla. Sino al medio evo le ossa e gli avanzi si gettano dietro le spalle per cani e servitori (vinca il migliore!). I più ricchi e raffinati tra i greci ed i romani usavano ditali per evitare di sporcarsi e di ustionarsi, e si potevano permettere un tovagliolo ed uno “sciacquadita”. Per i cibi liquidi è il cucchiaio l’attrezzo internazionale. Altro utensile comune era il coltello, che faceva anche uso di forchetta. I romani, al pari degli orientali, preferivano però che di coltelli in tavola non ce ne fossero, e che il cibo venisse servito già sporzionato …non si sa mai. Le forchette (liguale), anche se per lo più bidenti, erano già in uso tra i romani, ma poi con la decadenza dell’impero spariscono dall’Europa, sostituite dal “coltello personale”, che serviva da coltello, forchetta e stuzzicadenti (anche se la pulizia in pubblico non era auspicata) Nel medio evo l’ospite forniva piatti, cucchiaio e tovaglia, ed un boccale ogni due commensali (per questo era considerato molto importante pulirsi la bocca prima di bere!). Tovaglioli e saliere erano un indice della ricchezza e della magnanimità del padrone di casa. Nell’impero d’oriente l’uso invece rimane e si consolida. La forchetta tornerà da Bisanzio in Italia nel 1003 portata dalla figlia di Costantino VIII, data in sposa al figlio del doge veneziano. La fanciulla rifiutava infatti “principescamente” di toccare il cibo con le mani e si serviva della forchetta. La cosa non piacque per nulla a San Pier Damiani che scatenò tuoni e fulmini sul “demoniaco oggetto” simbolo di eccentricità e lusso ostentato. (a nessuno piace sentirsi criticato, da una donna poi … ma come si permette di darci dei barbari?!?) L’invettiva fu accolta e ripetuta dalla chiesa tanto che nei conventi occidentali la forchetta rimase bandita fino al 1700. Tra la forza dell’abitudine, e le invettive clericali alla forchetta ci vogliono quei 300 annetti per cominciare a riaffermarsi in Italia. Curiosamente prima sulle tavole “borghesi” e poi nelle corti. Uno dei pochi sponsor regali è di nuovo una donna “Caterina de medici” che la adotta a corte, un po’ per divertirsi alle spalle dei cortigiani (“Era uno vero spasso vederli mangiare, perché coloro che non erano abili come gli altri, facevano cadere sul piatto, sulla tavola e a terra, tanto quanto riuscivano a mettere in bocca"), un po’ per il carattere portato alle innovazioni che troviamo in molti aspetti della sua vita. E in oriente che succedeva? A Bisanzio abbiamo visto che la forchetta piace, in India si continua con le mani, o ci si aiuta con piccoli pezzi di pane per acchiappare i bocconi troppo caldi. Stessa soluzione viene adottata in Africa. In tutti i pasti dove il nomadismo è molto diffuso si cerca di ridurre al minimo la quantità di roba da trasportare … e l’etichetta si adegua.
Anche sul piatto abbiamo preso strade diverse: da noi i piatti tendono ad essere individuali da epoche molto remote, in oriente la ciotola è personale, ma i cibi solidi si prendono per lo più da un piatto comune. Tanto è vero che le portate “individuali” sono considerate di pessima educazione. Questa usanza è diffusa in quasi tutto il mondo, probabilmente come testimonianza di ospitalità equanime e….garanzia contro gli avvelenamenti.
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